5 min read

Ho aderito a un'associazione. Non lo faccio quasi mai.

Mi sono iscritto a un'associazione. Io che evito i convegni. So che sembra strano. Ma nel mercato AI italiano manca qualcuno che faccia le domande che non generano fatturato. Ho scritto perché ho deciso di stare dalla parte di chi ci prova.
Ho aderito a un'associazione. Non lo faccio quasi mai.

Sono entrato in ENIA — Ente Nazionale per l'Intelligenza Artificiale.

Non lo faccio quasi mai, aderire a un'associazione. Sono il tipo che evita i convegni.

Che non si iscrive alle associazioni di categoria. Che guarda con scetticismo qualsiasi iniziativa che mette "nazionale" nel nome.

Poi ho incontrato delle persone. Marta Brusoni — ex Assessore alla Smart City e all'Intelligenza Artificiale del Comune di Genova, oggi consulente aziendale — ha fatto sì che incontrassi Valeria Lazzaroli, presidente di ENIA, e l'avvocato Valeria M. Affer, presidente del Comitato Scientifico-Legale.

Ho visto competenza. Ho visto dedizione. Ho visto passione. Quella rara combinazione che, quando la trovi, non puoi far finta di niente.

La cosa che mi ha colpito?

ENIA è una fondazione privata non-profit. Non è un ente governativo. Non ha finanziamenti pubblici statali. Non è collegata al PNRR. È una fondazione privata che ha scelto di chiamarsi "Ente Nazionale".

La prima volta che l'ho sentito, ho alzato un sopracciglio. Poi ci ho pensato. E ho capito che quella scelta di nome non è arroganza.

È una constatazione. Quasi una denuncia silenziosa. Qualcuno ha dovuto farsi avanti e occupare uno spazio che le istituzioni non stavano occupando.

Qualcuno ha pensato: se nessuno costruisce una governance seria sull'AI in Italia, lo facciamo noi. Dal basso. Con i nostri mezzi. Senza aspettare che qualcuno dall'alto ci dica cosa fare. E questo, nel 2026, mi sembra importante.

Di cosa abbiamo bisogno?

Fatemi essere diretto su una cosa.

Il mercato dell'AI in Italia è pieno di persone che vogliono venderti AI. Io sono una di quelle. Vendo software. Lo dico sempre, lo dichiaro per primo.

Ho un conflitto di interessi strutturale ogni volta che parlo di AI alle PMI. Ma proprio per questo so riconoscere quando manca qualcosa nel panorama.

Manca un soggetto che lavori sull'AI da una prospettiva che non sia quella di chi ha qualcosa da vendere. Qualcuno che si occupi di governance reale.

Non di governance come parola nei comunicati stampa — quella abbonda. Governance come insieme di regole, processi, responsabilità concrete che determinano come i sistemi AI vengono progettati, testati, messi in produzione, monitorati, corretti. Qualcuno che aiuti le PMI a capire cosa sta arrivando sul fronte normativo.

Il punto che molti stanno ignorando...

L'EU AI Act non è un problema del futuro. È già legge. Alcune disposizioni sono già in vigore. Altre entreranno progressivamente nei prossimi mesi e anni. Ho parlato con decine di imprenditori negli ultimi sei mesi.

La maggioranza non sa ancora bene cosa sia. Qualcuno ne ha sentito parlare. Pochissimi hanno fatto qualcosa di concreto per capire come impatterà la propria azienda. Non li sto giudicando. Li capisco. Quando sei dentro una PMI e hai cento problemi urgenti, una direttiva europea sull'AI sembra astratta. Sembra roba da uffici legali di multinazionali.

Non è così. L'EU AI Act classificherà i sistemi AI per livello di rischio. Determinerà obblighi di trasparenza, di documentazione, di supervisione umana.

Avrà impatti concreti su chi usa AI nei processi HR, nei sistemi di credit scoring, nella gestione di dati personali, nella sicurezza dei lavoratori. Molte PMI italiane stanno già usando sistemi che rientrano in queste categorie.

Spesso senza saperlo. Spesso senza documentazione. Spesso senza aver fatto nessuna valutazione del rischio. La bolla non esploderà domani. Ma si sta gonfiando.

Cosa fa ENIA che altri non fanno?

ENIA ha costruito in meno di tre anni qualcosa di concreto. Ha siglato un Protocollo d'Intesa con Microsoft Italia e ha creato l'ENIA Horizon Sandbox — un ambiente per testare sistemi AI rispetto alla conformità con l'EU AI Act e con lo standard ISO/IEC 42001:2023.

Non è un bollino decorativo. È un processo strutturato per aiutare le aziende a capire dove stanno rispetto alle normative che arrivano. Ha costruito collaborazioni con il Politecnico di Torino, con il CNR Bologna, con diverse università. Ha un Comitato Scientifico-Legale con competenze reali su diritto dell'innovazione, IP, AI. Ha organizzato il primo Congresso Nazionale ENIA a Palazzo Lombardia. Ha portato le proprie iniziative a Montecitorio.

Tutto questo da una fondazione privata nata nel 2023. Non dico che ENIA sia la risposta definitiva. Sarebbe stupido dirlo. È un'organizzazione giovane, con molte cose ancora da dimostrare. Quello che dico è che sta lavorando su domande vere. Domande che quasi nessuno sta facendo ad alta voce nel mondo delle PMI italiane.

Il paradosso di chi vende AI...

Lavoro da trent'anni con le PMI. Ho visto molte onde tecnologiche arrivare. Ogni volta c'è la stessa sequenza. Prima c'è l'entusiasmo dei vendor — comprensibile, è il loro mestiere. Poi c'è l'adozione acritica — acquisto veloce, implementazione superficiale, aspettative sbagliate.

Poi arriva la delusione — "non funziona come dicevano". Poi, anni dopo, arriva la sedimentazione — la tecnologia trova il suo posto reale, ridimensionata rispetto alle promesse iniziali.

Con l'AI stiamo correndo molto più veloci. I cicli si accorciano. Le promesse sono più grandi. Le delusioni potenzialmente più costose. Quello che manca, in questa corsa, è qualcuno che rallenti e faccia le domande scomode. Non le domande tecniche — quelle le fanno in molti. Le domande di governance. Le domande sui rischi.

Le domande sul cosa succede quando un sistema AI prende una decisione sbagliata e non c'è nessuno che sa dire come è successo e chi ne risponde. Queste domande non generano fatturato. Non aiutano a vendere software. Non fanno bella figura nelle demo.

Sono le domande necessarie.

Perché l'ho fatto?

Non l'ho fatto per mettere un logo sul profilo. Non l'ho fatto per partecipare a convegni. L'ho fatto perché mi sono seduto con queste persone e ho capito che stanno cercando di costruire qualcosa che dovrebbe esistere e che, senza di loro, non esisterebbe.

Ho 30 anni di PMI italiane alle spalle. So cosa significa non avere strumenti. Non avere riferimenti. Non avere nessuno che ti dica: "Aspetta, prima di firmare questo contratto con quel sistema AI, hai letto cosa c'è scritto a pagina 34 dei termini di servizio? Sai cosa stai cedendo? Sai a quale livello di rischio appartiene questo sistema secondo l'EU AI Act?" Nessuno lo dice. Quasi nessuno.

ENIA prova a dirlo.

La cosa che mi preoccupa... Ho un dubbio che tengo per me da qualche mese. Lo scrivo qui perché questo blog serve anche a questo — a dire le cose che altrove non si dicono.

Il problema della governance AI non è tecnico.

È culturale.

Puoi costruire tutti i sandbox che vuoi. Puoi certificare tutti i professionisti che vuoi. Puoi scrivere tutte le linee guida che vuoi.

Se la cultura d'impresa non cambia — se i CEO continuano a vedere la governance come un costo, come un ostacolo, come "roba per i legali" — tutta questa infrastruttura normativa serve a poco.

E la cultura d'impresa in Italia, sulle tematiche tecnologiche, cambia lentamente. Lo so perché ci lavoro dentro da trent'anni. Non è pessimismo.

È quello che vedo. Allora mi chiedo:

organizzazioni come ENIA possono fare la differenza?

Possono accelerare un cambiamento culturale che normalmente richiederebbe generazioni?

Non ho una risposta.

Ho la sensazione che ci sia urgentemente bisogno di provarci. E ho deciso di stare dalla parte di chi ci prova.

Nel frattempo il mare continua a ritirarsi. Quanti imprenditori stanno guardando le conchiglie?