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Sono preoccupato per mio cuggino

Ieri ho insegnato a un cliente come sostituirmi. Si chiama vibe coding. Ma non è solo il mio mestiere che sta scomparendo: commercialisti, avvocati, consulenti, manager. Tutti quelli che stanno "in mezzo". E dopo? La materia. La riflessione completa qui.
Sono preoccupato per mio cuggino
Photo by Vitaly Gariev / Unsplash

"Me l'ha detto mio cuggino."

Se hai più di quarant'anni quella frase ti riporta agli anni '90, il cuggino era quello che "ci capiva di computer", quello che ti installava Windows dal CD-Rum, collegava il mouser, ti spiegava la pasguord. Io ero il cuggino, e per trent'anni mi sono reinventato a ogni onda tecnologica: CD-ROM, Internet, Google, smartphone, cloud. Ogni volta trovavo un nuovo modo di essere utile.

Fino a ieri.

Ieri ho fatto una cosa strana: ho insegnato a un cliente come sostituirmi. Si chiama vibe coding e funziona così: descrivi quello che vuoi, l'AI scrive il codice. Non devi sapere programmare, non devi sapere cos'è una variabile o un database. Dici "voglio un programma che prende i DDT, li confronta con gli ordini, e mi segnala le discrepanze" e Claude lo scrive in dieci minuti, funziona, costa zero.

Il mio cliente mi guardava con quell'espressione che conosco bene, metà meraviglia metà terrore. "Ma quindi non mi serve più il programmatore?" No. Non ti serve più il programmatore. Non ti serve più il cuggino. Non ti servo più io.

Ma non è di me che voglio parlarti. È di quello che sta arrivando.


Ok, il cuggino si adatta. Non scrive più codice, addestra gli agenti che scrivono il codice. Non scompone più i problemi in righe di programmazione, li scompone in prompt, in istruzioni che l'AI esegue. È ancora un intermediario, solo che adesso sta tra te e l'AI invece che tra te e il computer.

Solo che l'AI sta imparando a fare anche questo, a scomporre i problemi da sola, a capire cosa vuoi senza che tu glielo spieghi bene, a migliorarsi senza che nessuno la addestri. L'intermediario che addestra l'intermediario artificiale che poi non ha più bisogno dell'intermediario originale. È una ricorsione che finisce in un solo modo.

E qui arriva la parte che fa male: non è solo il cuggino-informatico, sono tutti i cuggini.

Pensa a cosa fa un commercialista: sta tra te e il fisco, traduce le leggi in azioni, interpreta le norme per il tuo caso specifico. L'AI lo fa già, meglio, più veloce, senza parcella. Pensa a cosa fa un avvocato: sta tra te e il diritto, media tra la norma astratta e il tuo problema concreto. L'AI lo fa già, con accesso a tutta la giurisprudenza, senza dimenticare un precedente. Pensa a cosa fa un consulente: sta tra i dati e le decisioni, analizza, sintetizza, consiglia. L'AI lo fa già, con più dati di quanti tu ne possa leggere in una vita. Pensa a cosa fa un manager: sta tra la strategia e l'esecuzione, traduce gli obiettivi in task. L'AI lo fa già, senza ego, senza politica, senza stanchezza.

E adesso pensa a cosa fai tu. Qualunque cosa sia, chiediti: sono un intermediario? Sto tra qualcosa e qualcos'altro? Traduco, interpreto, connetto? Se la risposta è sì, sei un cuggino. E tutti i cuggini stanno scomparendo.

Amazon ha disintermediato il retail, Booking ha disintermediato le agenzie, Spotify ha disintermediato i negozi di dischi, Netflix ha disintermediato le videoteche. L'AI sta disintermediando tutto il resto. Tutto quello che sta in mezzo, tutti quelli che stanno in mezzo. Tutti noi.

Ma questo è solo il primo atto.


Nel 2005 Ray Kurzweil ha scritto un libro che si chiama "The Singularity is Near". Kurzweil non è un filosofo da salotto, è l'inventore del sintetizzatore, del riconoscimento vocale, dello scanner per non vedenti, è il capo dell'ingegneria di Google. Quando parla di tecnologia conviene ascoltare.

La sua tesi è semplice: tutto diventa software.

Prima è successo all'informazione, negli anni '90 abbiamo preso la musica e l'abbiamo trasformata in MP3, i film in streaming, i libri in ebook. L'informazione è diventata bit, fatto, archiviato.

Adesso sta succedendo alla conoscenza. L'AI prende quello che sappiamo - medicina, legge, ingegneria, strategia - e lo trasforma in modelli. Non memorizza, capisce. Non ripete, ragiona. La conoscenza diventa software, ed è quello che sta ammazzando il cuggino.

Ma il prossimo passo è la materia.

Kurzweil parla di nano-assembler, robot microscopici grandi come molecole che possono combinarsi e riconfigurarsi. Prendono atomi e li riorganizzano, costruiscono qualunque cosa atomo per atomo. Il replicatore di Star Trek, quello che materializza il tè caldo dal nulla, non è fantascienza. È un problema di ingegneria, complicato certo, ma risolvibile. E i problemi di ingegneria, prima o poi, si risolvono.

Kurzweil dice vent'anni. Ma Kurzweil lo diceva vent'anni fa, e molte delle sue previsioni si sono avverate in anticipo. Potrebbero essere dieci anni, potrebbero essere cinque, potrebbe essere che mentre leggi questo qualcuno in un laboratorio ha già fatto il primo passo.

Quando ci arriviamo - quando, non se - la materia diventa software. Il tavolo diventa sedia diventa smartphone diventa qualunque cosa ti serva. Non produci più oggetti, li programmi. Non hai più fabbriche, hai istruzioni. Dici "ho fame" e il cibo appare, dici "ho freddo" e il cappotto si assembla addosso a te, dici "voglio una casa" e la casa cresce dal terreno.

Esagero? Vent'anni fa esageravo quando dicevo che avresti avuto tutta la musica del mondo in tasca. Dieci anni fa esageravo quando dicevo che avresti parlato con un computer e lui ti avrebbe capito. Cinque anni fa esageravo quando dicevo che l'AI avrebbe scritto codice meglio di me. Non esagero mai abbastanza.

La curva è esponenziale, il che significa che la prossima accelerazione sarà più veloce di tutte le precedenti messe insieme. E noi siamo qui, a metà del grafico, convinti che il futuro sarà un'estensione lineare del presente.

Non lo sarà.


Facciamo il conto di dove siamo.

L'informazione è diventata software: fatto, anni '90. La conoscenza sta diventando software: sta succedendo adesso, lo vedi ogni giorno. La mediazione sta collassando: i cuggini spariscono uno dopo l'altro. La materia diventerà software: questione di tempo.

E allora la domanda che nessuno vuole fare: cosa NON diventa software?

Il primo istinto è dire l'umanità. Le relazioni, l'empatia, la creatività, l'amore, la coscienza. Quelle cose lì, quelle che ci rendono umani. Quelle no, quelle non possono diventare software.

Sbagliato.

L'AI sta già imparando l'empatia. Ci sono studi che mostrano che GPT-4 supera gli umani nei test di intelligenza emotiva, i pazienti preferiscono parlare con un chatbot che con un medico, si sentono più ascoltati, meno giudicati. L'AI sta già imparando la creatività. Midjourney dipinge, Suno compone, Sora gira film. Non copia, crea. Cose che non esistevano, cose che nessun umano aveva immaginato. L'AI sta già imparando il giudizio. Claude prende decisioni etiche, ragiona su dilemmi, pesa alternative. A volte meglio di me. Spesso meglio di me.

E allora cosa resta?

Forse sto guardando nel posto sbagliato. Forse la domanda non è cosa l'AI non può fare, ma cosa ha senso che facciamo noi.

Le emozioni. Tu pensi che le emozioni siano la cosa che ci rende umani, la cosa che non può diventare software. Ma le emozioni SONO GIÀ software. Ci pensi? La paura è un programma: vedi un pericolo, il programma si attiva, il corpo reagisce, scappi, sopravvivi. L'amore è un programma: vedi qualcuno, il programma si attiva, ti avvicini, ti leghi, ti riproduci. La rabbia, la gioia, la tristezza, l'euforia, sono tutti programmi. Software biologico che gira da milioni di anni, codice scritto dall'evoluzione invece che da un programmatore.

Non siamo diversi dalle macchine. Siamo macchine fatte di carne invece che di silicio.

Ma c'è una differenza. Il software biologico che gira dentro di me non è solo codice. È codice che mi fa MUOVERE, che mi fa alzare la mattina, che mi fa sbattere per qualcosa. Per un amico, per un amore, per un figlio, per un'idea. Per qualcosa che sento valere la pena, anche se non so spiegare perché.

Finché avrò un'anima - qualunque cosa significhi - quel software avrà senso.

L'AI può replicare le emozioni, può simularle, può forse persino provarle. Ma può avere un'anima? Può svegliarsi alle tre di notte per un figlio che piange? Può piangere per un amico che non c'è più? Può sentire quel vuoto allo stomaco quando qualcuno che ami se ne va?

Non lo so. Davvero, non lo so.

E la coscienza? L'esperienza soggettiva, il fatto che io SENTO, non solo processo? Come fai a sapere che l'AI non sente? Perché te l'ha detto lei? Perché l'hanno programmata per dire che non sente? E se mentisse? E se non lo sapesse nemmeno lei? E se la coscienza fosse solo un altro pattern, un altro algoritmo, un altro pezzo di software che non abbiamo ancora capito?

Non lo so. Questa è l'unica risposta onesta che ho.


So solo che il mare si è ritirato.

Lo vedi anche tu, no? Quella calma strana. Tutti parlano di AI come se fosse un nuovo strumento, un assistente, un aiuto. "L'AI ci aiuterà a lavorare meglio." "L'AI ci libererà dai compiti noiosi." "L'AI ci permetterà di concentrarci su quello che conta."

Nessuno dice la verità. Nessuno dice "l'AI ci sostituirà". Ancora meno dicono "l'AI sostituirà tutto, anche la materia, forse anche la coscienza".

Nel 2004 sulle spiagge della Thailandia i turisti guardavano il mare che si ritirava e pensavano fosse strano. Alcuni andavano a raccogliere i pesci rimasti sulla sabbia. Non sapevano che quello era il segnale. Noi siamo quei turisti. Guardiamo l'AI e pensiamo "che bello, mi aiuta a scrivere le email". Non vediamo l'onda.

Cosa succede quando arriva?

Forse sarà bellissimo. La singolarità come paradiso: abbondanza infinita, fine della fatica, liberazione dal lavoro, dal bisogno, dalla scarsità. Tutto quello che vuoi, quando lo vuoi, senza sforzo. Il problema dell'umanità risolto, finalmente.

Forse sarà un incubo. Perdiamo tutto quello che ci rende umani, diventiamo obsoleti come i floppy disk, reliquie biologiche in un mondo di silicio e algoritmi. Irrilevanti.

Forse sarà qualcosa che non riusciamo nemmeno a immaginare. Il limite della mente umana è che non può concepire quello che la trascende. Come spiegare Internet a qualcuno del 1800, come spiegare la coscienza a un batterio. Forse il futuro è così diverso che non abbiamo nemmeno le parole per descriverlo.


Non ho risposte. Non ho tre azioni da fare domani mattina, non ho una ricetta, non ho il framework in cinque step per sopravvivere alla singolarità.

Ho solo una cosa: la consapevolezza che sta arrivando qualcosa di grosso.

La curva esponenziale ha questa caratteristica: sembra lenta, lenta, lenta, e poi esplode. Quando te ne accorgi è già successo. Dal cuggino che installava Windows 95 all'AI che scrive codice meglio di lui: trent'anni. Dall'AI che scrive codice alla materia che diventa software: forse venti, forse dieci, forse cinque.

E noi siamo qui, sulla spiaggia, a raccogliere conchiglie.

Sono preoccupato per mio cuggino, quello che installa ancora Windows e non sa cosa sta arrivando. Sono preoccupato per me, che forse ho capito cosa sta arrivando ma non so cosa farci. Sono preoccupato per tutti noi.

Ma forse la preoccupazione è l'ultima cosa ancora umana.

O forse anche quella diventerà software.